VILLA DRAHT

VILLA DRAHT è un esperimento full-immersion di NOUVELLE-VAGUE all’italiana ambientato nelle Marche della seconda guerra mondiale. Nel tardo Novembre 1943, il colonnello tedesco Hans-Maximilian Wagner organizza un incontro tra ufficiali nella villa di campagna da lui occupata. La situazione si sviluppa quando un uomo si presenta all’ingresso…

Stalingrad: "Il Mondo In Bilico" - Parte 1

Cover by Paolo Pesaresi Photos by Alessandro Giambartolomei Prima parte del set fotografico dell’associazione storico-culturale “Filottrano44” incentrato sulla battaglia di Stalingrado. In questa prima ricostruzione, abbiamo realizzato un ritorno alle retrovie da parte di una pattuglia tedesca della 71°divisione di fanteria, dislocata nella zona centro-sud della città. In questa prima parte, assistiamo ad un passaggio di consegna della squadra da parte dell’Unteroffizier (sergente) all’Obergefreiter (Caporalmaggiore), dopo il ritorno da un’infruttuosa missione al centro della città durante le prime fasi della battaglia: Settembre 1942. La pattuglia ritorna dal centro cittadino guidata dal sottufficiale, staziona in una cava abbandonata in attesa di nuovi ordini. Nel frattanto il sergente informa il caporalmaggiore sulla loro nuova missione.

AFRIKA KORPS 1943 (FILOTTRANO 44)

Set fotografico effettuato dall’associazione Storico-Culturale “FILOTTRANO 44” che si occupa di ricostruire i setup dell’esercito tedesco in nord-africa e più precisamente nell’ultima fase della campagna: gennaio -maggio 1943. Ricostruzione DAK (Deutsches Afrika Korps) di Erwin Rommel. Scatti in bianco e nero d’epoca, alcuni sono riproduzioni/imitazioni di originali. Ricostruzione di un gruppo di soldati del 69.grenadier-regiment della 10°Panzer Division.

TORRE DI JESI – (La Demolizione)

8 Luglio 1944

l’Ass. storico-culturale “Filottrano44” si è occupata di ricostruire la vicenda della demolizione dell’antica torre di guardia della città di Jesi operata nella giornata dell’8 luglio 1944 dal 170° Pioneer-Battalion della 71esima divisione di fanteria tedesca.

Durante le fasi finali della battaglia, i tedeschi decisero, in funzione della ritirata che di lì a poco sarebbe avvenuta, di distruggere una vecchia torre di guardia medievale che precedeva la città di Jesi. La costruzione chiamata torre di montereturri, sorgeva sulla collina dal lontano 1340 ed era stata più volte modificata nel corso dei secoli fin quando, nel 1700 cessò di essere utilizzata per scopi difensivi e divenne un magazzino di armamentario militare della città di Jesi.

Nel 1944, la torre, ormai in disuso da secoli, era segnalata nelle carte militari per via della sua importanza strategica e il REI, utilizzava il loco come campo di addestramento logistico e orientativo per gli ufficiali cadetti delle accademie.

La posizione della torre era importantissima perchè si ubicava perfettamente al centro della strada che da Filottrano conduce a Jesi e dominava la vallata dalla sommità del colle ove si trovava.

Il comando tedesco decise di farla saltare onde evitare cadesse in mano nemica e che potessero utilizzarla per individuare le loro colonne in ritirata. Nella mattinata dell’8 luglio, una squadra di pionieri tedeschi armati di esplosivo e cariche di dinamite, giunse alle pendici della torre e nel giro di qualche ora fecero brillare la costruzione spargendo ai quattro venti i resti della povera torre che veniva spazzata via dalla barbaria dell’uomo e dalla crudeltà della guerra.

I testimoni ricordano di un immenso boato e una nuvola di fumo nero che saliva al cielo.

Mentre si consumava l’ultimo atto della povera torre, circa 13 km più a sud si combatteva nella città di Filottrano, nell’ultimo epico attacco che vedrà la liberazione della città nel giorno successivo.

278°Grenadier Division

La divisione comandata dal generale Harry Hoppe posizionò tre compagnie del 994esimo reggimento nel settore est della città supervisionate dal maggiore Rudolf Goddor e suddividendo l’abitato con la 71esima di fanteria che ne prese il controllo all’indomani del 6 luglio 1944. La divisione era formata da veterani e reclute volksdeutsche volontarie e si ampliò in seguito all’aggregazione di ulteriori elementi provenienti dalla 90°light-division in ritirara dopo gli scontri sulla Gustav e personali dei battaglioni da fortezza situati lungo la costa adriatica. L’Unità entrò in azione contro il II°Corpo Polacco nella mattina del 1°luglio cedendo terreno di fronte all’avanzata dei carri polacchi, abbandonando la piccola frazione di San Biagio. Supportati da due pezzi anticarro pak-40 si ritirarono fino alla selva carradori (raffigurata nelle foto) dove ingaggiarono feroci scontro contro i polacchi avanzanti tentando addirittura dei contrattacchi dall’esito fallimentare. Nel settore sud, le compagnie al comando del tenente Oehlert si distinsero per i combattimenti contro i validi paracadutisti della Nembo che spingevano per entrare in città attraverso la frazione Imbrecciata, il distretto dei Camparoli e il Campo di Bove. Il reggimento ricevette il supporto di una squadra di cacciacarri Ansaldo, dei quali uno riuscì, nella giornata del 3 luglio, a paralizzare una colonna polacca nella strada del piccolo villaggio di San Biagio distruggendo una decina di veicoli prima di essere individuato e neutralizzato. I granatieri si ritirarono gradualmente fino all’abitato di Casenuove nel comune di Osimo quando, alla notizia dell’occupazione della città da parte dei polacchi nella giornata del 5 luglio, decisero di abbandonare il grosso delle posizioni nel settore di Filottrano ripiegando fino al Fiume Musone lasciando la zona alla competenza della 71esima divisione di fanteria. Il ripiego avvenne durante il pomeriggio del 6 luglio. In questa circostanza, una squadra della seconda compagnia si introdusse nel monastero di Santa Chiara di Filottrano fortificandolo con mitragliatrici e tiratori scelti. La squadrà rimarrà alle dipendenze della 71esima di fanteria fino alla notte dell’8 luglio quando lascerà Filottrano assieme alle restanti unità germaniche.

Gli appartenenti a questa unità indossavano la tenuta da fatica Drillich HBT prevista per compiti manuali ma poi riconvertita in uso bellico, leggera e adatta al caldo clima estivo italiano, materiale di preda bellico italiano e divise tropicali (tropenbluse) proveninti dalle unità che avevano combattuto in Africa e nel sud del paese.

Battaglia di Filottrano – Conflitto al monastero

All’alba del 6 luglio 1944, quando il dispositivo di difesa germanico era stato scardinato nel settore polacco, il suo assetto subì un riassestamento: la 71 Divisione di Fanteria prendeva totalmente possesso dell’abitato di Filottrano, mentre la 278, fiancheggiandola, si sarebbe attestata in posizioni più difendibili nelle colline ad est della città. Fu così che i tedeschi decisero di fortificare il monastero della suore di Santa Chiara di Filottrano, già precedentemente occupato con un punto d’osservazione durante le prime fasi dello scontro. All’interno del monastero i tedeschi scesero nei sotterranei dove piazzarono franchi tiratori e una MG-42 coprendo tutto il settore Sud, proprio la zona d’assalto assegnata agli italiani. Il libro di Giovanni Santarelli, storico della battaglia, ci riporta queste parole tratte dal diario delle suore: ” Di mattina presto, verso l’alba, ci siamo svegliate sentendo dei passi pesanti e voci di uomini. Ci siamo spaventate nel vedere i soldati tedeschi in mezzo a noi, i quali cercavano di persuaderci dicendo: <>…avevano sfondato la porta del parlatorio in fondo al vicolo, forzandone poi una seconda..[Nessuno aveva aperto quando all’inizio bussarono più volte]…con l’aiuto di una scala son penetrati all’interno, proprio nel nostro rifugio sotterraneo.

Battaglia di Filottrano – 3 luglio 1944, postazione tedesca.

La 278°divisione di fanteria, nei giorni precedenti lo scontro, aveva allestito numerose fortificazioni e nidi di mitragliatrici, trincee con fucilieri e franchi tiratori, postazioni radio e anche mortai sulle colline di un villaggio a sud di Filottrano, chiamato Imbrecciata. Tramite questa posizione i soldati tedeschi hanno opposto resistenza alle truppe della Nembo che tentavano di attraversare il fiume. Spesso i soldati tedeschi si spostavano dalle posizioni in vallata a quelle più elevate dandosi il cambio nei momenti di maggior intensità dello scontro. Soventi erano i movimenti di truppa con le riserve acquartierate all’interno di Filottrano. Spesso sfidavano il fuoco dell’artiglieria per correre a dar man forte ai compagni.

Natale 1944

In questo fotoset, l’associazione ha ricostruito la fuga di un soldato americano fuggito da un campo di prigionia durante l’inverno del 1944/45, per la precisione proprio nel giorno di Natale. La vicenda narra di una paesana di un piccolo villaggio di montagna sulla Linea Gotica che si ritrova a proteggere il malcapitato americano da una pattuglia tedesca sguinzagliata sulle sue tracce con risvolti finali sorprendenti.

Linea Gotica, Dicembre 1944. Italia, inverno 1944-45, l’ultimo inverno di guerra. Il paese e il mondo intero soffrono la guerra da cinque anni. La fine delle ostilità sembra prossima ma le violenze non accennano a diminuire, nemmeno in prossimità del Natale, nessuno sembra ricordare le proprie origini cristiane e la pietà per il prossimo. Lo sanno bene gli Americani: i tedeschi sono diventati spietati. Consci dell’imminente sconfitta, i soldati del Reich giustiziano sommariamente ogni prigioniero alleato che capiti fra le loro mani. La follia del Fuhrer si riflette sui suoi soldati, prostrati e frustrati da sei anni di guerra e dalle illusioni crollate Questo soldato americano sta fuggendo da una squadra tedesca che ha massacrato la sua unità con un’imboscata tesi nei boschi circostanti. Ha con se informazioni importanti e sa che non può permettersi di essere catturato. A rafforzare la sua convinzione sono le terribili notizie che giungono dalle Ardenne. Malconcio ma non colpito, lo yankee fugge dalle montagne verso un villaggio rurale semideserto ed occupato da pochissime persone sfuggite alla guerra. Una giovane ragazza, evacuata dalle città durante l’estate, sta uscendo per consegnare i pochi beni che sono rimasti ad alcune famiglie nelle vicinanze. Il castelletto medievale arroccato in cima ad un cucuzzolo di una montagna dell’appennino può diventare teatro di guerra in ogni istante. Sfinita da guerra, fame e sofferenza, la ragazza procede muta verso la sua destinazione, pregando Iddio che la tragedia termini presto. Mentre cammina in direzione delle case, assorta nei suoi pensieri, si imbatte nel fuggiasco americano. Il soldato, disperato, la implora di aiutarlo, di trovare un rifugio. Sebbene non capisca la lingua, riesce ad intuire cosa l’americano stesse dicendo e inizialmente la ragazza è timorosa: teme le reazioni dei tedeschi; ha capito che lo yankee è ricercato. Mossa dall’altruismo e stanca di soffrire e veder soffrire, decide di aiutarlo. Lo incita a seguirlo nel villaggio. Lo avrebbe nascosto in un luogo sicuro.

I tedeschi che hanno attaccato la pattuglia del soldato Mc Daniel sopraggiunge dalle radure. Nei giorni precedenti, una spia ha riferito che in quella pattuglia c’erano informazioni importanti. Dopo aver perquisito i cadaveri, i tedeschi si rendono conto che le carte che cercano sono in possesso del fuggitivo. Da moltissime ore sono sulle sue tracce. La neve rende facile il loro inseguimento. Individuano il villaggio di montagna chiudendone ogni via d’uscita. Comanda la pattuglia un giovane caporale, di nome Oskar Steiger, furioso per l’andamento della guerra e la fuga dello yankee. Non avrà pace finché non lo avrà catturato. Dopo aver radunato i suoi uomini, dà le ultime disposizioni. L’ordine è di catturare l’americano ad ogni costo. La pattuglia è composta da una varietà di elementi: dai veterani del fronte russo, ai giovani dell’ultima ora. Sembrano tutti privi di umanità e pronti a sacrificare il sacrificabile pur di ottenere i loro scopi. E’ certo che non si fermeranno di fronte a niente.

Andrew Mc Daniel e l’italiana stanno correndo per il villaggio in cerca di riparo, ma nessuno apre, troppa è la paura dei tedeschi. L’americano inizia disperarsi e si lancia in una folle corsa. L’italiana lo blocca invitandolo alla calma; riesce poi a convincerlo a seguirla: l’avrebbe nascosto in un luogo particolare. Nel frattempo i tedeschi hanno iniziato la perquisizione del villaggio, controllando ogni casa, persino la chiesa. Steiger è furioso. L’Italiana conduce l’americano in una vecchia rimessa dove si impegna a medicargli una ferita e per puro caso scopre che il soldato è sposato. Dopo essere stato medicato, l’americano domanda qualcosa da mangiare. E’ stremato. La ragazza gli dice di attendere: ci avrebbe pensato lei. Nel salire al paese però, incontra il soldato Hess, di guardia alla piazza. Dopo alcune domande senza risposta, il soldato chiama il caporale Steiger. Il furioso caporale non ottiene nessuna informazione dalla ragazza, ma i tedeschi capiscono che qualcosa non quadra. Hess indica la via da dove la ragazza è salita e una squadra si muove a controllare. Andrew Mc Daniel si avvede dei tedeschi ed estrae la pistola, spara alcuni colpi costringendoli al riparo ma rimane senza munizioni entro pochi secondi. I tedeschi lo catturano e lo conducono dal caporale, il quale lo perquisisce trovando le informazioni che cercava. Steiger ordina di fucilare l’americano ma in uno slancio di pietà, la ragazza si inginocchia implorando pietà per l’americano mostrando la fede al dito. Il gelido caporale è irremovibile e dopo aver ordinato di trattenere la ragazza ordina ad un sottoposto di sbrigare la faccenda. Due tedeschi conducono l’americano al suo destino. Mentre uno rimane a fumarsi una sigaretta, il secondo si occupa di eseguire la condanna. Lo conduce nel mezzo di una radura dietro alcune casupole fuori il villaggio. Mc Daniel si è rassegnato e attende il colpo di pistola. Al colpo, l’uomo è ancora vivo. L’americano è stupito: il tedesco ha sparato in aria risparmiandogli la vita. Con un rapido gesto della mano gli ordina di fuggire e non attendere. Daniel non riesce a crederci: il tedesco ha avuto pietà. Ringraziando timidamente quel gelido e robotico soldato germanico, senza proferire parola, corre verso la libertà. Una libertà e una vita non aspettata. Il tedesco lo osserva allontanarsi con dubbi sentimenti. Ha agito per il meglio: ormai la guerra è finita e non ha più senso accanirsi gli uni contro gli altri. Un atto di pietà vale molto più di ogni singola vittoria militare. Lo spirito del Natale e la morale cristiana non sono ancora spariti del tutto. Presto la guerra finirà e il soldato Mc Daniel come questo tedesco “tutto d’un pezzo”, riprenderanno le loro vite nella pace del mondo, sognando un futuro migliore, senza dubbio prosperoso in un mondo libero da ogni oppressione e da guerre.

 

Ruhr 1945 – l’Ultima Sacca.

Il mio nome è Moritz Bohm, e avevo 15 anni. Ero giovane e pieno di sogni. Sogni di grandezza, sogni di vittoria. Credevo che la di poter salvare la mia patria. Ero partito pieno di speranze, salutando mamma e papà con un abbraccio e la promessa di proteggerli. Pensavo alla mia fidanzata, la dolce Greta, e mi chiedevo se sarei stato degno del suo amore. “Il Fuhrer ci ha promesso la vittoria ed io non posso deluderlo” queste erano le parole che mi ripetevo mentre, nel marzo del 45, mi aggregavo ai miei commilitoni. Uomini esperti, uomini di valore. Uomini che avrebbero capovolto le sorti della guerra e avrebbero salvato la Germania. Giunsi ai sobboghi di Arnsberg dopo tre giorni di viaggio. Ero partito da Munster, lasciando il campo d’addestramento in fretta e furia. Non c’era più tempo. Gli alleati avevano passato il Reno ed io dovevo sbrigarmi a compiere il mio dovere. Se soltanto avessi saputo… Mi aggregarono a due soldati del Volkssturm. Tipi apposto. Uno era padre di famiglia, reduce della prima guerra mondiale, e un ragazzo robusto che parlava poco. Il suo compito fu quello di condurci all’acquartieramento del plotone. Un piccolo raggruppamento misto, così avevo sentito. Avrei ricevuto un rapido addestramento con i letali Panzerfaust. Gli americani erano a pochi chilometri. Dovevamo fare in fretta. Nel cammino, vedevo i soldati preparare le difese e le sentinelle scrutare l’orizzonte. La giornata era uggiosa, così come l’umore dell’anziano reduce. Io ero ottimista. Ce l’avremo fatta. Vidi un soldato scrivere motti al muro di una casa diroccata. Fui d’accordo: non potevamo lasciarci abbattere. Sarebbe servito a ricordarci chi eravamo. Il meglio della Germania. Gli uomini del valore. Soldati di professione che avevano combattuto nell’ultima guerra, erano stati richiamati al fronte. Provavo pena per loro ma in cuor mio, sentivo che mi avrebbero dato la carica necessaria per superare le paure e sopravvivere. Con uomini così potevo stare sicuro, erano veterani della Grande Guerra, erano lì, accanto a me ed erano sopravvissuti. Sicuramente avrebbero saputo cosa fare. Con loro seppi che ogni sacrificio sarebbe stato ripagato. Uomini anziani che si muovono per difendere la Germania, in nome del Fuhrer. Ma non erano soli. Contadini ed invalidi venivano mobilitati assieme a noi e solamente in quel momento realizzai la gravità della situazione. Ma non mi spaventai: il popolo tedesco nella sua incrollabile volontà avrebbe saputo far fronte ad ogni pericolo, distruggendo il nemico ricacciandolo dal suolo patrio. Le parole del Reichminister mi galvanizzavano. Ero convinto che avremmo distrutto gli Alleati. Greta, aspettami, tornerò da te.

Subito percepii un ambiente ostile. Un soldato, poco più grande di me, mi guardava nauseato. Mi considerava un dilettante. Sentivo il peso del suo sguardo che mi faceva sentire un incapace. Cosa avevo fatto di male per meritarmi quel trattamento? Ero a fare il mio dovere per la Germania. Non ero un imboscato. Perché? Solo l’anziano sembrava proteggermi. Il posto comando dove ci saremmo addestrati era stato allestito in fretta. I soldati presenti sembravano spaventati, alcuni esaltati. Il robusto ragazzo del Volkssturm ci disse di attendere in un angolo . Il suo compito era concluso. Nel corridoio della fabbrica c’erano diversi soldati. Uno di loro mi venne incontro. Aveva la faccia contrariata: anch’egli mi vedeva come un dilettante. Mi prese da parte mostrandomi un motto che recitava “Mai Arrendersi”. Quel ragazzo era un fervente patriota con la tessera del Partito. Mi assillò per ore con i suoi racconti, dicendomi che se mi fossi arreso, me la sarei dovuta vedere con lui. Mi sentivo depresso e abbattuto. Non riuscivo a capire cosa avessi fatto di male. Non ero un fottuto imboscato. Alla fine il veterano mi consolò. Era l’unico amico che avevo. Un padre amorevole, ma non me ne rendevo conto. I miei erano distanti chilometri. Avrei deluso il Fuhrer? Solamente in seguito seppi che la nostra squadra aveva il compito di fermare gli americani e i graduati erano stati informati con grande ritardo. Gli esperti di armi anticarro erano pochi e la loro, appariva una missione disperata. C’era un unico uomo disponibile per l’addestramento e sarebbe stato suo compito renderci capaci di fermare un carro armato in pochi minuti…non lo invidiavo proprio.

Giunsero i soldati. Uomini che combattevano versando il loro sangue per la Germania. Finalmente sarei stato uno di loro. Il graduato ci diede il benvenuto senza troppi convenevoli e subito lasciò la parola agli istruttori. I miei camerati non erano soldati d’esperienza, o meglio, in pochi. Mi sentivo veramente umiliato notando come alcuni mantenevano atteggiamenti lassivi di fronte ai superiori. E poi si permettevano di giudicare me. In mezz’ora appresi il funzionamento del Panzerfaust. Un’arma eccezionale sotto ogni punto di vista. Penetrava le corazze dei carri alleati come fossero burro e quel proiettile esplodeva all’interno senza lasciare scampo all’equipaggio. Un’arma d’avanguardia di produzione tedesca. Mentre l’istruttore ci istruiva, mi sentivo ancora più fiero di essere tedesco. Venni accorpato alla mia squadra. Un gruppo di persone imbastite di fretta. Non me l’aspettavo proprio così, il mio gruppo da combattimento. Si passò anche agli esplosivi. Ci mostrarono dell’Amatol e della dinamite, dicendoci che presto avremmo minato strade ed edifici. Gli istruttori erano gente competente. Avevo saputo di legioni di ragazzi inviati a Berlino a difendere la capitale i confini orientali. I Russi stavano attraversando l’Orel. Fui contento di non affrontare quei mostri comunisti ma fui anche deluso nel vedere che la mia squadra era composta da persone che non mi davano un minimo di fiducia. L’addestramento durò poco più di mezz’ora. Ben presto ci trovammo all’aperto, a minare strade ed edifici. Alcuni erano di guardia a controllare la zona. L’insicurezza traspariva nei volti di quei soldati chiamati a difendere il paese senza aver appreso nulla di veramente utile. Nonostante ciò, qualcuno ostentava ilarità ed ottimismo. L’unico modo possibile per andare avanti. Mi chiamarono per minare le strade. Il nostro caposquadra era un genio: avremmo coperto di esplosivo le rovine delle città e gli americani sarebbero stati spazzati via. Vedevo quei soldati portare l’esplosivo con modi crucciati, come se volessero muoversi in tutt’altra maniera. Sapevo che non potevo fare molto, ma presto avrei dato il mio contributo…finché, giunse la notizia che eravamo accerchiati.

Il bacino della Ruhr era stato circondato ed io mi trovavo al suo interno. Nonostante la gravità della situazione, era giunto ordine dal feldmaresciallo Model, di continuare a resistere. Presto avremmo contrattaccato e saremo stati in grado di rompere l’accerchiamento. Venni assegnato ad una postazione MG nel lato sud di Arnsberg. Io e quel tale stemmo lì, immobili, in attesa dei reparti americani. Le ore passavano e nonostante il rumore dei combattimenti, era come se gli Alleati si fossero volatilizzati. Avrebbero pagato un caro prezzo per conquistare la città. Mentre ero a prendere le munizioni, le sentinelle corsero verso gli acquartieramenti. Avevano avvistato il nemico. Venne dato l’allarme. Stavo prendendo le munizioni di riserva quando udii le grida. Gli americani avanzavano protetti dalla nebbia e presto il fuoco aumentò d’intensità. Il rumore di fucileria venne udito anche dagli altri a poche centinaia di metri. I camerati ripiegarono; ancora ricordo l’istruttore urlarmi di correre via. Venni preso dal soldato che mi aveva cazziato e trascinato via di forza. Giungemmo alla postazione e subito fu il caos. Nessuno si aspettava l’attacco da quella direzione. L’istruttore informò i superiori della presenza di un carro Sherman. Ripresi il mio posto mentre attorno a me, si scatenava l’inferno. Fu organizzata una rapida difesa: ricordo perfettamente un graduato comandare il robusto tipo del Volkssturm di uscire a distruggere il carro con il Panzerfaust. Io attendevo, scrutando la nebbia. Ogni soldato iniziava una sua schermaglia personale. Era il mio battesimo del fuoco. Mi sentivo agitavo ma anche entusiasmato. Mentre combattevamo, mi sentivo come in un altro mondo. Vedevo la gente cadere e stranamente, scoprii di essere indifferente. L’aria divenne subito irrespirabile. Il fumo ci avvolse. La nebbia si fece ancora più fibba. Urla e grida che si sovrapponevano. Il rumore dei cingoli che si faceva sempre più forte. Una granata esplose poco distante sollevando un polverone. Quando il fumo iniziò a diradarsi mi accorsi che il ragazzo che mi aveva guardato male, giaceva esanime. I camerati tentarono di recuperarlo ma fu inutile, era ormai troppo tardi. La mitragliatrice era rovente, cambiammo la canna più e più volte In un momento di stallo, tre uomini uscirono per cercare di colpire il carro. Anche il ragazzo con il Panzerfaust era con loro. Inutile dire che vennero colpiti a morte davanti ai miei occhi. Non tornarono indietro. Si continuava a combattere, le munizioni scarseggiavano. Il carro americano mise a segno alcuni colpi sul nostro edificio. Venimmo feriti e molti caddero. Altri continuavano a combattere rifiutando di arrendersi. Ricordo l’istruttore urlare: “Al Coperto”, prima che il carro ci sparasse contro. Ci fu un tremendo boato, poi tutto si oscurò. Quando riaprì gli occhi, sentivo la testa leggera. Attorno a me vi era solo morte. Sentivo la testa leggera e potevo sentire il sangue scorrere sul mio viso. Ero stato spazzato via. Quel colpo mi aveva fatto volare contro un muro. Non lo dimenticherò mai e ancora oggi ringrazio Iddio. Accanto a me, solo l’istruttore e il fanatico soldato continuavano la lotta. Erano malconci ma combattevano come leoni. Uno dei nostri aveva perso un occhio. Si trascinò all’aperto per poi spirare. Non riuscivo a credere a ciò che stavo vedendo. Ebbi il sentore di prendere la mitragliatrice e continuare a sparare ma, uno dei veterani della Grande Guerra mi fermò. Pensai fosse un vigliacco traditore ma solamente in seguito realizzai che mi aveva salvato la vita. Uscendo notai il corpo del ragazzo che mi aveva guardato male ed ebbi una gran pena. Mi sentii male per lui. Non era giusto. Quattro superstiti di un plotone di sessanta uomini. Vidi il vecchio alzare le mani. Venni colto dalla disillusione. La vittoria era svanita. Non ci credevo più. Volevo solo tornare a casa. Venni catturato nella Ruhr, dove i sogni del mondo migliore, si infransero contro la realtà della vita. Moritz Bohm – 26 Marzo 1945

Battaglia di Filottrano – Osservatorio Tedesco 71esima Divisione di Fanteria

Il set fotografico realizzato dall’associazione storico-culturale “FILOTTRANO 44” ha ricostruito alcuni episodi della battaglia di Filottrano, avvenuta fra il 30 giugno e il 9 luglio 1944. Più precisamente, l’associazione ha realizzato una ricostruzione di alcuni fatti del giorno 4 luglio 1944. In questa sequenza di foto viene riprodotta una postazione tedesca del 211°reggimento della 71°Divisione di Fanteria operante nel settore sud-ovest di Filottrano, località campo di Bove e San Ignazio. Dagli scritti di Giovanni Santarelli, studioso della battaglia e scrittore dell’omonimo libro, si può apprendere che i tedeschi dislocati in suddetta posizione non erano assai numerosi ma disponevano di mitragliatrici, armi automatiche e fucili. La posizione ricreata dal gruppo intende ricostruire l’osservatorio a quota 122 sud di San Ignazio e il nido di mitragliatrici presso Campo Di Bove, contro il quale gli italiani della Nembo ebbero uno scontro, affiancati dai Polacchi, che narreremo negli album seguenti. Da questa posizione i tedeschi controllavano la vallata del Fiumicello sulla linea Albert I, segnalando tutto ciò che si muoveva. Acquartierati nelle case diroccate dal conflitto, i tedeschi attendono controllando minuziosamente i movimenti mentre attorno a loro si svolge la battaglia. Nelle seguenti scene vengono mostrate le segnalazioni, consegna della posta e vita al fronte da parte delle truppe germaniche.